Il mio intervento in Aula per Articolo Uno

RICCHIUTI (Art.1-MDP). Signora Presidente, onorevoli colleghi, il DEF è un documento importante, in quanto si tratta della premessa programmatica per i provvedimenti economici, quelli che influiscono direttamente sulle tasche degli italiani, come si usava dire fino a qualche anno fa in modo non elegante, ma efficace.

Colleghi, proprio l’altro giorno il quotidiano «la Repubblica» ha pubblicato le buone uscite dei grandi manager che perdono – si fa per dire – il posto. L’amministratore delegato di Unicredit va via e porta a casa 9 milioni di euro, mentre l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena – non sembra aver salvato proprio niente e forse, ma solo forse, ha limitato un po’ i danni – va via e prende 3 milioni di euro. Insomma, le tasche dei soliti noti sono sempre piene a prescindere dai risultati.

II Monte dei Paschi è stato salvato dai cittadini, con i soldi delle loro tasche. Insomma, nel DEF bisognerebbe parlare anche di tali diseguaglianze.

Quello del 2017 potremmo definire un DEF generico, per stessa ammissione del Governo: subito dopo la sua approvazione in Consiglio dei ministri, è stato detto che si tratta di un piano provvisorio, che attende di interloquire con l’Europa. L’Italia cresce in modo infinitesimale: il Governo vede un miglioramento in base alla flessibilità che ci è stata concessa negli ultimi due anni (pari a 19 miliardi di euro) e, se non si portasse avanti questa linea, le conseguenze non potranno che essere negative. Per crescere il nostro Paese avrà bisogno di ulteriori spazi di flessibilità e per disinnescare le clausole di salvaguardia, che valgono circa 19,5 miliardi di euro dal 2018, servirà una manovra nella legge di bilancio di almeno una decina di miliardi di euro, che aumenterà il deficit e necessiterà di una trattativa con Bruxelles.

Nel complesso, gli interventi contenuti nel DEF appaiono deludenti e nel solco della strategia finora adottata con il Governo Renzi. Si continua con la politica economica dell’offerta e, quindi, dei bonus e degli sconti fiscali, che gravano complessivamente per circa 21 miliardi di euro sul bilancio dello Stato. Non appare presente una strategia credibile per gli investimenti connessa all’attivazione di un piano per il lavoro e l’ambiente. Nonostante l’analisi del Governo converga spesso sulla necessità di maggiori investimenti fissi, si programma un’ulteriore riduzione degli investimenti pubblici (dal 2,1 per cento del PIL del 2016 al 2 per cento del PIL nel 2020). Non si può parlare di rilancio degli investimenti solo perché finalmente, dopo quattro mesi dall’approvazione della legge di bilancio per il 2017, si riuscirà a emanare qualche decreto attuativo del Fondo per gli interventi infrastrutturali previsto dal comma 140 dell’articolo 1 della legge di bilancio del 2017: Fondo richiamato dal DEF 2017, per un valore di 44 miliardi e 550 milioni di euro e non di 47 miliardi di euro, come è stato riportato dalla stampa. Si tratta di circa 44,5 miliardi di euro, spalmati da qui al 2032. Quelle risorse riguardano interventi in vari settori ed erano già previste a legislazione vigente: il Fondo le ha solo accorpate.

Non ci sono soldi in più per le amministrazioni e manca un vero piano per il lavoro e l’ambiente. Persino Confindustria ha detto che nel DEF al nostro esame manca un piano per il lavoro dei giovani. Per il Sud poco o nulla si dice e non si intende nemmeno ripristinare la cosiddetta clausola Ciampi, che dispone la destinazione del 45 per cento degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno. I rappresentanti dell’ISTAT in audizione ci hanno detto che «nel 2016, nonostante il miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie, non si è osservata una riduzione dell’indicatore di grave deprivazione materiale, corrispondente alla quota di persone in famiglie che sperimentano sintomi di disagio». Stiamo parlando di persone che non possono permettersi un pasto proteico adeguato, che hanno in arretrato bollette, affitto o rate del mutuo e che non possono riscaldare adeguatamente l’abitazione. Sempre secondo l’ISTAT «tale quota si attesta all’11,9 per cento, sostanzialmente stabile rispetto al 2015». L’ISTAT precisa che le famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale sono 3.134.000, mentre le persone che vivono in queste famiglie sono 7.209.000.

Ulteriore allarme viene dai minori, perché nel 2016 ne risultano in condizione di grave deprivazione 1.250.000, pari al 12,3 per cento della popolazione con meno di diciotto anni. Tale quota risulta in lieve diminuzione rispetto agli anni precedenti.

Contro la povertà e l’esclusione le risorse stanziate ancora insufficienti: servirebbero almeno 7 miliardi di euro e non la cifra di 1,8 miliardi di euro per la quale si è impegnato il Governo, visto che sono 4.597.000 le persone povere in Italia, pari al 6,1 per cento delle famiglie. Certo, passi in avanti nel frattempo sono stati fatti: il reddito di inclusione (REI), definitivamente approvato per legge a marzo 2017 e poi confermato nel DEF, andrà a sostituire da maggio il sostegno per l’inclusione attiva (SIA), la misura sperimentale partita lo scorso settembre in numerose città.

Nell’elaborazione presentata dall’ISTAT si legge poi un altro dato estremamente preoccupante sul fronte del mercato del lavoro: nei giovani di età compresa tra i venticinque e i trentaquattro anni, trova lavoro nei centri per l’impiego solo il 2,5 per cento e si sottolinea che «la quota di giovani che ha trovato lavoro nel periodo è più bassa rispetto sia a quella registrata nello stesso periodo dell’anno precedente (27,9 per cento) sia a quella di due anni prima (24,4 per cento)». Insomma, anche questi dati confermano una situazione del mercato del lavoro ancora sfavorevole per siffatta fascia di età.

La posizione di Articolo 1 é molto chiara: piuttosto che ripiegare sulla politica economica dei bonus e degli sconti fiscali, tutte le risorse disponibili devono essere destinate per maggiori investimenti pubblici ad alto moltiplicatore, in modo da stimolare la crescita e l’occupazione e portare finalmente il Paese fuori dalla crisi, privilegiando gli investimenti sotto la soglia comunitaria da parte degli enti territoriali, per garantire maggiore celerità e quindi realizzabilità. Il moltiplicatore fiscale degli investimenti è di due o tre volte maggiore di quello della riduzione delle imposte, che in realtà è inferiore all’unità. Servirebbe, quindi, un incremento netto degli investimenti di almeno mezzo punto di PIL l’anno per almeno tre anni, per finanziare un grande piano del lavoro e per l’ambiente.

Per far questo, bisogna tuttavia apportare delle modifiche al nuovo codice degli appalti che, anziché snellire le procedure, le ha ulteriormente complicate. Una soluzione potrebbe essere applicare la normativa europea. Per combattere invece la corruzione negli appalti pubblici, anziché utilizzare norme complicate e farraginose, utili solo a paralizzare il sistema, sarebbe ora che introducessimo l’agente provocatore o sotto copertura, come avviene negli Stati Uniti con risultati più che soddisfacenti e come d’altronde ci suggerisce chi combatte la corruzione ogni giorno.

A tutto questo farebbe da sfondo anche il fiscal compact su cui il DEF 2017 non assume alcuna posizione politica, quando questo dovrebbe essere modificato nella direzione di una golden rule sugli investimenti da esercitare almeno entro il limite del 3 per cento o, in caso contrario, non essere introdotto nei Trattati. Non viene affrontato adeguatamente e, più in generale, manca un progetto organico di riforme del sistema fiscale all’insegna della progressività . Sul tema della sanità interverrà, con l’efficacia e la competenza che la contraddistinguono, la collega Dirindin.

C’è bisogno, quindi, di invertire la rotta e di realizzare quanto prima un chiaro segnale di discontinuità a favore di politiche pubbliche più espansive, che aiutino la crescita e gli investimenti e contrastino con efficacia povertà e disoccupazione. L’auspicio è che l’elaborazione della legge di bilancio per il 2018 superi le genericità e le criticità che ancora insistono nel DEF 2017. (Applausi dai Gruppi Art.1-MDP e PD).

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