Un nuovo Mezzogiorno, una scommessa ancora da vincere

 

ita“La popolazione residente attesa per l’Italia è stimata pari, secondo lo scenario mediano, a 58,6 milioni nel 2045 e a 53,7 milioni nel 2065. La perdita rispetto al 2016 (60,7 milioni) sarebbe di 2,1 milioni di residenti nel 2045 e di 7 milioni nel 2065. Tenendo conto della variabilità associata agli eventi demografici, la stima della popolazione al 2065 oscilla da un minimo di 46,1 milioni a un massimo di 61,5.”

Così è scritto nel rapporto dell’Istat sulle previsioni della popolazione residente al 2065, con un dato che viene subito messo in chiaro: tra meno di 50 anni gli italiani saranno sette milioni in meno.

Dovrebbe indurre a una riflessione più approfondita – in questo contesto – lo “spostamento del peso della popolazione dal Mezzogiorno al Centro-nord del Paese”. Secondo i dati pubblicati, nel 2065 il Centro-nord accoglierebbe il 71% di residenti contro il 66% di oggi; il Mezzogiorno invece arriverebbe ad accoglierne il 29% contro il 34% attuale”.

La futura evoluzione demografica presentata dall’Istat è molto chiara: nel Sud si faranno meno figli, la quota di immigrati non riuscirà a compensare il calo delle nascite, le migrazioni interregionali favoriranno ancora il Centro-nord. Quindi, “il Mezzogiorno risulterebbe così l’area del Paese a più forte invecchiamento, con un’ulteriore prospettiva di aumento dell’età media che, pur decelerando, perverrebbe al livello di 51,6 anni entro il 2065”.

Questi dati ci parlano chiaro, confermando nella loro complessità quelle analisi e quegli scenari socio-economici che provano a rappresentare da anni il Sud come la parte del Paese su cui più hanno inciso gli effetti della gravissima crisi che abbiamo attraversato a partire dal 2008.

Perché nel Mezzogiorno d’Italia, oggi, l’indice di qualità della vita è calato, dentro una competizione globale che ha schiacciato le ambizioni di un Paese attraversato da un forte declino industriale e da una scarsa capacità innovativa, mentre l’ascensore sociale si è bloccato e sono aumentate le diseguaglianze. Perché nel Sud, un’esplosione di miseria e incertezze ha abbattuto larghe sacche di redditività, penetrando anche nel tessuto sociale di nuclei familiari che prima non avevano mai conosciuto condizioni di vulnerabilità. Perché nel Mezzogiorno, la causa della marginalizzazione sociale dei giovani consiste chiaramente nella mancanza di opportunità lavorative.

Isaia Sales commenta così la fotografia dell’Istat: Oggi senza futuro non si fanno figli, mentre la generazione precedente faceva figli per avere un futuro. In questo dato c’è il cambio culturale, sociale ed economico del Sud”. E poi conclude con una riflessione che fa rabbrividire: “domani i figli diventeranno un prodotto del benessere”.

Questi dati però non sorprendono. Anzi, diverse previsioni avevano da anni anticipato e letto con correttezza gli andamenti sulle reali condizioni economiche dell’Italia e del Mezzogiorno.

Il rapporto Svimez 2016 aveva già evidenziato il rischio “desertificazione” del Sud Italia: in 20 anni è come se la città di Napoli si fosse trasferita, dal momento che il Mezzogiorno nell’ultimo ventennio ha perso 1 milione e 113 mila abitanti (di cui la maggior parte under 35), con un saldo migratorio solo nei 7 anni della crisi superiore alle 650 mila unità.

Solo per venire ai rilevamenti più recenti è stata l’indagine Eurostat a svelare l’emergenza occupazionale nel Sud e nelle Isole nel 2016, con ben cinque regioni italiane che hanno registrato un tasso di disoccupazione con valore almeno doppio rispetto a quello della media Ue (8,6%): sono la Sardegna, la Puglia, la Campania, la Sicilia e – ultima nel continente – la Calabria, con una percentuale di senza lavoro che arriva al 23,2%.

L’indagine dell’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro sull’importo medio delle buste paga 2016 assegna il primato del tasso di occupazione più basso alla provincia di Reggio Calabria, dove lavorano solo 37,1 persone su 100. La classifica sugli stipendi mensili più elevati premia ancora le province del Nord (dopo Bolzano con 1476 euro, seguono Varese e Monza e Brianza), mentre la  prima del Mezzogiorno è collocata solo al 55° posto, l’Aquila con 1282 euro; chiudono Ragusa con 1070 euro e Ascoli Piceno – che però è nel centro Italia, nelle Marche – con 925 euro.

Quindi, tra i due estremi, Bolzano e Ragusa, tra Nord e Sud del Paese, la differenza retributiva per lavoratori dipendenti è stimata a più di 400 euro, anche se diversi studi hanno dichiarato nel corso degli anni che non coincidono salario reale e salario nominale, date le condizioni di reale potere d’acquisto!

Nel DEF 2017 tuttavia non c’è alcuna traccia di una politica strategica utile per invertire la rotta nel Mezzogiorno, che, ricordiamolo, resta un’area di grande vitalità, con un immenso capitale umano su cui poter investire e un grande patrimonio naturalistico, turistico e culturale.

I famosi “Patti per il Sud” sono strumenti che hanno impiegato risorse già appostate su progetti esistenti, come tali quindi non risolutivi.

Servirebbe cambiare politiche, e anche molti politici, visto che la classe dirigente del Sud conserva le sue pesanti responsabilità!

Occorrerebbe puntare tutto su investimenti pubblici per infrastrutture e logistica, un piano per l’occupazione giovanile e femminile, più risorse per la formazione e la scuola, valorizzare i beni ambientali e paesistici, ripristinare la c.d. “clausola Ciampi” che destina il 45% degli investimenti pubblici proprio al Sud, contrastare efficacemente mafie e corruzione: insomma, cambiare il segno delle politiche nazionali, fin qui insufficienti, sottrarre il controllo dei territorio alle mafie e ridare fiducia ai giovani che hanno voglia di lavorare.

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